mercoledì 24 febbraio 2010

Aspettando il reading...con Merleau-Ponty e Pasolini


Mi permetto.
Indaghiamo il corpo sondiamo il corpo scriviamo il corpo.
Poeti poetiamo il corpo.
Eppoi?
In-carnati. Siamo in-carnati, coscienze in-carnate, in-carnati ci aggiriamo nel mondo scoprendo attraverso il tatto tutto quanto passa dagli occhi alla bocca.
Poeti, e poeti mastichiamo parole.
Le mastichiamo?
Mastichiamo e, dopo aver digerito, attraverso le mani trasformiamo il nostro cibo in inchiostro.

Se è vero che io ho coscienza del mio corpo attraverso il mondo, se è vero che esso è, al centro del mondo, il termine inosservato verso il quale tutti gli oggetti volgono la loro faccia, è anche vero, per la stessa ragione, che il mio corpo è il perno del mondo, e in questo ho coscienza del mondo per mezzo del mio corpo,

scriveva Merleau-Ponty.

Ed Io-Poeta, dalla mia casa-corpo, sento gli oggetti, con la loro faccia a me rivolta, affettuosamente inclini a mani-festarsi nelle pieghe della mia carta.
Corpo-perno.
Corpo luogo della mia più intima rappresentazione, corpo incastrato dentro la mia poesia, per fare delle mie parole parolecheparlinocorpo.
Ma, mistero nascosto laddove la parola dal corpo si stacca e prende le forme della reietta nella torre d'avorio dell'anima, nella lingua si apre un buco, nella sua tessitura sottile si affacciano le maglie slargate in cui al corpo è dato di restare indietro, isolato, dimenticato, freddo, irretito dal mutismo che lo apparenta al silenzio.
Il corpo, rappresentazione stessa della mia poesia, sul mondo si affaccia come apertura, come skené/skènos di una rappresentazione che dalla corporeità stessa non può prescindere, se non vuole correre il rischio di precipitare in una inseità che rende il corpo - e il corpo dell'Altro - una cosa tra le cose, muta, inanimata, chiusa ad una parola che diviene Casa dell'Essere solo, e solo se, si fa gesto, si fa carne, si in-carna, sfuggendo alla morte di un significato scisso e diviso dal suo significante.
Laddove il corpo incontra la realtà, incontra il mistero che appare e si rappresenta nel linguaggio primo e puro dell'azione, là allora è dato di incontrare un mondo, di significarlo poeticamente nel dire progettante della poesia, nel corpo che si getta avanti nella storia, nel teatro di parola... Laddove il corpo incontra il mistero della realtà.
Laddove e fin dove.
Perché un simile incontro, trattenuto nella sua ambivalenza di operazione simbolica che compone e confonde codici disgiunti da una logica razionale incapace di tenere presso di sé il mistero, corre costantemente il rischio dell'elusione, della riduzione cosale, del disfacimento del corpo e del mondo, ridotti all'opacità della carne e all'inseità di muti dati irrelati.

Amata di carne e inchiostro, carica di corpo trascinato a forza nei versi intrisi di sangue e muscoli, di desiderio mai opaco perché sempre dialogante con la infinita molteplicità delle ambigue facce delle cose. Chiudo questo discorso con una magnifica poesia di un Maestro, di un Poeta come difficilmente ne nasceranno nei secoli a venire (e mi rifaccio alle parole di Moravia, accorate, carnali, dolorose...): Pier Paolo Pasolini.

In L'usignolo della Chiesa Cattolica scrisse questi versi, dandogli titolo Carne e cielo

O amore materno,
straziante, per gli ori
di corpi pervasi
dal segreto dei grembi.


E cari atteggiamenti
inconsci del profumo
impudico che ride
nelle membra innocenti.


Pesanti fulgori
di capelli...crudeli
negligenze di sguardi...
attenzioni infedeli...


Snervato da pianti
ben soavi rincaso
con le carni brucianti
di splendidi sorrisi.


E impazzisco nel cuore
della notte feriale
dopo mille altri notti
di questo impuro ardore.

Maria Carla Trapani
(Marika)

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